LA NASCITA DELL'ASSOCIAZIONE
Alessandro Clementi

La fondazione della Associazione per la Storia della Civiltà della Transumanza che è stata voluta oltre che da un nutrito stuolo di istituzioni culturali, dalle Province e dalle Civiche Amministrazioni di L’Aquila e di Foggia, e dall'Università dell'Aquila, si inquadra in una tendenza riscontrabile in forma massiccia nei paesi a civiltà industriale avanzatissima, a ricostruire il proprio passato in una ricerca di connotazioni, nel momento in cui appunto la civiltà industriale appiattisce ed omologa. Si è trattato quindi della manifestazione di una chiara volontà di prendere coscienza del proprio passato.
La indicazione operativa che sembra possa rilevarsi da questa fondazione appare essere quella di una presa di coscienza della importanza fondamentale che ha assunto la transumanza stéssa nell'ambito della cultura e della civiltà abruzzese, molisana e pugliese..
Una coscienza invero che nel tempo ha stentato ad emergere anche se vagamente e pur dietro le tendenze al rigetto si nascondeva la sensazione che quanto costituisce lo specifico abruzzese molisano e in parte pugliese traeva un suo sicuro punto di riferimento nella antichissima prassi della transumanza. Se è vero infatti che le culture trovano i loro specifici modi d'essere in relazione alla risposta che i vari gruppi etnici sanno dare alla sfida ambientale, è indubitabile che la cultura abruzzese è a matrice pastorale in quanto la esilità di una agricoltura a volte ai limiti del possibile nell'Abruzzo e nel Molise montano, unita ad una vocazione all'allevamento del bestiame ha sollecitato per tempo il grande progetto della transumanza che ben si differenzia dall'elementare risposta che è data dal nomadismo.
Questo ultimo è senza ritorno e contrae pertanto le equazioni della vita e quindi della cultura al minimo elementare. La transumanza, viceversa, è grande progetto che prevede la possibilità di trovare complementarietà ai fondi ed ai pascoli della propria terra con fondi e pascoli di altre terre. Complementarietà che pertanto prevede un pendolarismo che è appunto completamente diverso dal nomadismo senza ritorno. Di qui l'espandersi di una cultura e di una civiltà che vanno a collocarsi nei poli bacino di partenza e di arrivo del pendo¬larismo.
La cultura abruzzese e molisana è adunque cultura che trova il suo sostrato più determinante nella transumanza. C'è da chiedersi infatti, guardando le trine di marmo dei rosoni delle chiese abruzzesi e molisane da dove possa essere provenuto quell'accumulo di capitali che ha reso possibili quei miracoli di raffinatezza e di cultura.
Girando gli occhi intorno nelle nostre regioni non vediamo che montagne le quali, se pur ci possono esaltare dal punto di vista di un romantico desiderio di viverle come passione del salire, non ci danno indicazione di come possano essersi offerte nel tempo quali fonti di reddito tanto alto da determinare la esplosione di monumenti nella nostra zona. Eppure ogni pietra, se vogliamo, stilla la¬voro di uomini che dalla sterilità delle montagne seppero trarre svi¬luppo e ricchezza. In qual modo? Una risposta appunto è quella della transumanza.
Fin dalla preistoria e sia pur soltanto nei modi di una elementare sopravvivenza. Da numerosi resti (Grotta a Male di Assorgi, Fonte Macina di Campo Imperatore etc.) sappiamo che tale pratica era in uso fin dalla preistoria. La documentabilità di essa, tuttavia, si può far risalire al III secolo a.C. quando le guerre annibaliche inducono una crisi nelle strutture agricole del Sud, soprattutto della Puglia, ove si passa da una particellizzazione culturale alla proprietà latifondistica non altrimenti sfruttabile se non richiamandovi animali minuti capaci di sopravvivere alle condizioni ambientali che appunto ad esse si adattarono. Di qui la prassi della transumanza nella regione abruzzese e molisana che richiede indubbiamente coraggio, inventiva, capacità di programmare la propria esistenza cercando di di ridurre al minimo la aleatorietà intrinseca ai lunghi viaggi della transumanza.
Grande progetto adunque il transumare i cui primi documenti della storia ritroviamo in età repubblicana e in età imperiale. Valga per tutti la Pro Cluentio di Cicerone nella quale si fa riferimento ai danni che i pastori di Amiternum (L’Aquila) inducono nei terreni di Cluentio di Larino (Campobasso) appunto in quanto ubicati lungo la callis, ovvero lungo il trattura sabino pugliese. La transumanza subisce indubbiamente un arresto nel periodo che va, nelle grosse linee, dalla caduta dell'impero romano al mille. Se ne capiscono le ragioni: la pratica della transumanza può essere esercitata solo nei momenti di grande stabilità politica. Chi si avventura nel lungo viaggio che lo porterà dagli altopiani montuosi alla pianura pugliese deve avere delle stabili certezze, deve sapere, ovvero, che troverà pascolo sufficiente, che sarà garantito da una legge certa, che avrà il ritorno assicurato, che potrà mantenere un legame, sia pur tenue di notizie con il luogo di origine. Queste garanzie sono assicurate solo dalla presenza di un regime politico stabile. Quando questo viene meno, anche la transu¬manza tende a scomparire. In effetti le calles romane, dopo la caduta dell'impero ridiventarono dominio del selvatico e soltanto sul, far del mille, quando grandi Abbazie e Signorie rurali degli Abruzzi procedettero a gara ad incastellare le popolazioni sparse in ville e condome, la transumanza fu di nuovo praticata.
Il tracciato dei tratturi ricalcherà quello delle calles ed alla sedimentazione culturale romana verrà a sovrapporsi quella medioevale, come una non mai iniziata rilevazione archeologica, che si invoca come necessaria per mettere in luce le nostre connotazioni più antiche, potrebbe rilevare più di quanto non lo rilevino i resti affioranti. Un impulso nuovo la transumanza riceverà in epoca aragonese, quando sia Alfonso I che Ferrante II daranno delle solide basi organizzative, a livelli di servizi, ai pastori che per il solo fatto di transu¬mare verranno a dipendere giurisdizionalmente dalla Dogana di Foggia e dal punto di vista tributario e dal punto, di vista giudizia¬rio.
Tale struttura durerà pressoché immutata fino al secolo XVIII e al limitare del XIX, quando la liquidazione del Tavoliere come terra demaniale renderà sempre più precaria la prassi della transumanza a causa del progressivo restringersi delle zone pascolative in seguito all'avanzare dei terreni coltivati. Il lunghissimo arco di tempo nel quale si è praticata la transumanza ha determinato un indotto culturale che, come si diceva, ha costituito l'essenza delle regioni abruzzesi e molisane in quanto ne ha costituito l'attività economica preva¬lente. E nonostante questa che ora appare palmare verità degna in quanto tale di determinare una profonda rìconsiderazione della nostra storia, quante volte tuttavia la pastorizia transumante venne messa sotto accusai.
Senza rifarsi alla polemica di epoca graccana che volle trovare i motivi della crisi repubblicana nella diffusione del latifondo e quindi in ultima analisi nel prevalere della pastorìzia e nella scomparsa conseguente del contadino soldato, polemica che, detto per incidens si rifaceva a diffuse teorie greche sul progressivo incivilimento umano per il quale la pastorizia avrebbe preceduto come meno perfetta l'agricoltura - senza rifarsi a questa lontana polemica ba¬sterà rifarsi agli illuministi napoletani, ai Filangeri, ai Delfico, ai Galanti che nel secolo XVIII si scagliano contro la barbarie pastorale esaltando viceversa i valori culturali della feconda attività dei piccoli contadini proprietari. Polemiche che tuttavia nel tempo non scalfirono questo andare e tornare delle greggi in scansioni di stagioni, di sofferenze, di fede nonostante tutto nella vita.
Prova ne siano i paesi pastorali che sì arricchiscono a volte di monumenti di pietà religiosa quasi a voler ristabilire oltre la precarietà del vivere del pastore, il senso più profondo di una sentita e sofferta stabilità. Un costruire in pietra i cui modelli culturali sono certamente i trulli pugliesi. L'abilità degli abruzzesi e dei molisani di trattare la pietra in muri a secco e in capanne è nota nelle nostre zone. E questa circostanza ci spinge a fare una ultima considerazione. Questo andare e tornare da Abruzzo a Puglia ha determinato un intreccio delle culture delle due regioni che ora ci troviamo a riconsiderare. Ora che il transumare è finito e che quasi con terrore vediamo concretamente il pericolo di perdere le nostre specifiche connotazioni. È contro questo pericolo che lottiamo tutti noi facendo fronte con gli amici pugliesi e molisani anch'essi come noi coinvolti in questo pericolo. Nulla nella storia ritorna di quanto è superato, ma tutto ciò che è stato costituisce la base di ciò che siamo. Se la esigenza di questa consapevolezza viene meno, se ci disancoriamo dal nostro passato il pericolo di un barbaro avvenire incombe su di noi.

Roio - Momenti di transumanza
Momenti di transumanza

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